Ma che vuol dire biopsicosociale?

Esistono termini che hanno un destino ambiguo, fortunati perchè molto usati ma sfortunati perchè poco compresi. “Biopsicosociale” è uno di questi, e lo è per diversi motivi. Molto citato, da anni e soprattutto oggi che si sente forte l’esigenza di utilizzare la pandemia come spinta per una stagione di cambiamenti, di sfruttare la crisi come opportunità. Ma poco compreso perché mette insieme cose che siamo abituati a considerare separatamente.

Spesso viene inteso come una affermazione scontata: che la nostra salute, e in generale la qualità della nostra vita, dipende da aspetti biologici, psicologici e sociali. Detta così sembra una sentenza di Catalano (chi ricorda “quelli della notte” di Arbore?) o, per una citazione più colta, di Mounsieur de Lapalisse.

Dopotutto abbiamo un corpo e viviamo in una società! E poiché pensiamo, forse c’entra qualcosa anche la psiche.

Certo, alcuni ricordano che anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 1948 - guarda caso all’indomani della 2a guerra mondiale - aveva definito la salute come “benessere fisico, psicologico e sociale”, ma si tratta di una definizione rimasta per lo più nel limbo delle dichiarazioni di principio, buone per la retorica ma poco usate nella pratica, come la pace nel mondo, la difesa dell’ambiente, la prevenzione...

Negli anni Settanta del ’900, quando un medico statunitense, George Engel, conia questo termine, rifacendosi al lavoro di uno psicologo USA di origine russa, Urie Bronfenbrenner, si erano create le condizioni scientifiche per questa sintesi.

Uno dei campi che più ha contribuito in questo senso è stato lo studio dello stress, che ha mostrato il legame tra processi biologici (ciò che avviene nel corpo) e situazioni proprie del contesto nel quale si vive. Lo studio di queste interazioni, nelle dinamiche dello sviluppo così come nella vita di tutti i giorni, ha progressivamente mostrato il ruolo della psiche come filtro e modulatore, tra biologia e società.

Questo sviluppo scientifico ha avuto due fondamentali conferme grazie alle recenti scoperte della genetica e alle nuove tecnologie di esplorazione cerebrale. In sostanza si è visto come l’attività dei geni, che regola gran parte di ciò che succede nel nostro corpo, è modulata dai nostri vissuti, da come la nostra psiche vive ed elabora le situazioni del contesto. Le tecniche di neuroimaging ci hanno mostrato come i processi psichici modulano e cambiano continuamente il cervello. Tutto questo ha confermato un assunto fondamentale della scienza: ogni funzione si è sviluppata dentro la logica dell’evoluzione delle specie.

La nostra specie ha puntato sulla dimensione psichica per il suo successo evolutivo. Dalla psiche dipende la rappresentazione che noi abbiamo di noi stessi, delle altre persone, del mondo intorno a noi, della vita in generale. Dipendono i nostri comportamenti e le nostre scelte, le nostre reazioni ed emozioni, la qualità delle relazioni. Ecco perché ogni persona è una realtà “biopsicosociale”. Possiamo considerare separatamente la dimensione biologica, psicologica e sociale ma dobbiamo sapere che, nella realtà della singola persona, non esiste una biologia separata dalla psiche e dal contesto. E non esiste una società che ci plasma e ci condiziona bypassando la nostra psiche. Ecco perché è fondamentale per la vita e per la salute avere una “psiche consapevole”: significa poter usare il potere della psiche per vivere una vita piena, umana nel senso più alto della parola, creare benessere per noi e per gli altri.

Ecco la grande verità che si nasconde dietro questo termine, che rappresenta un paradigma fondamentale per un nuovo sviluppo. Diceva Einstein che “nessun problema può essere risolto dallo stesso livello di consapevolezza che lo ha creato”. Se vogliamo un nuovo modello di sviluppo abbiamo bisogno di un più evoluto livello di coscienza. In altre parole di una evoluzione della psiche individuale e collettiva.

Ci sono molti segnali che questo sta accadendo da anni e la pandemia lo ha accelerato: oggi 8 persone su dieci sono consapevoli della centralità della psiche per la vita, per la salute delle persone e della società. Esemplari i commenti sulla partita Italia-Belgio: si parla di vittoria figlia non solo di tecnica e condizione fisica ma di clima emotivo e di fiducia, figlia di una realtà “biopsicosociale” appunto. Chi ha promosso il giusto clima psicologico ha dato un contributo decisivo alla vittoria.

Questo è il punto oggi: capire e affermare questo paradigma se vogliamo andare avanti come comunità, come umanità, coniugando sviluppo e futuro possibile, benessere materiale e psicosociale, salute e qualità della vita. Delle diverse “transizioni” necessarie questa è quella fondamentale, come ci dice Einstein.

Fonte: https://www.huffingtonpost.it/ 


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